Perché la Nuova Zelanda è tra le nazioni più forti nelle Adventure Race

In questo articolo la nostra Marta Zanetti, Italiana trapiantata in Nuova Zelanda e Adventure Racer, ci porta alla scopeta di una delle nazioni più forti del panorama mondiale della Adventure Race.

 

Poco dopo essere arrivata in Nuova Zelanda, la scuola elementare che frequentavano i miei due figli chiese l’aiuto dei genitori per fare presenza durante una delle attività dei ragazzi.

Io quel giorno ero libera e così mi presentai a scuola e feci la conoscenza di una delle attività preferite dai kiwi (abitanti della Nuova Zelanda), il Rogaine.

Almeno un paio di volte all’anno tutte le scuole ne organizzano uno, più svariati altri organizzati ogni mese o fine settimana  dai vari orienteering club con l’aggiunta di alcuni sostenuti dai comuni come attività per famiglie; a volte anche di più giorni con campeggio e mini percorsi per i più piccoli.

Quel giorno tutti i bambini vennero divisi in gruppetti di simile velocità e ad ognuno venne affidato un genitore che non poteva tenere in mano la mappa in alcun momento ne commentare alcuna scelta dei ragazzi. Doveva solo accompagnarli ed evitare che si facessero troppo male.

Dopo un’ora tutti i gruppi si rincontrarono alla partenza dove l’insegnante organizzatore diede, ad alta voce, le risposte così che i ragazzi potessero fare il conto dei punti e vedere chi ne aveva fatti di più.

Naturalmente io passai la mattina a pensare ad una cosa del genere fatta in Italia: genitori terrorizzati all’idea dei loro pargoli di 5 anni da soli nel giardino botanico o peggio ancora accompagnati da un genitore del quale non era stato controllato il casellario giudiziario, per non parlare del momento finale con consegna dei risultati… Chi avrebbe resistito alla tentazione di scrivere tutte le risposte alla fine per vincere ???

Perché la Nuova Zelanda è tra le nazioni più forti nelle Adventure Race

Seagate Nuova Zelanda in garaIn tanti si chiedono la ragione dell’innata superiorità dei team NZ nelle AR e capisco che sia difficile afferrare la situazione se non si è mai venuti qui o se si sa poco di questo paese. Per me è molto chiaro ma allo stesso tempo difficile da spiegare. Bambini che vanno a scuola da soli a piedi o in bici a partire dai 5 anni, meteo inclemente per buona parte dell’anno, innata onestà e voglia di guadagnarsi il premio finale solo dopo tanta fatica, sono solo alcuni aspetti della vita e della mentalità “kiwi” che ne spiegano il successo, almeno fino ad un certo punto.

Le ragioni principali per me sono due: geografia e attitudine.

La prima è presto spiegata: la Nuova Zelanda è un paese grande come l’Italia ma con gli abitanti del Veneto, ai confini del mondo e quindi difficile da raggiungere e da lasciare. Meraviglioso dal punto di vista geografico: ci sono vulcani, deserti di sabbia, fiordi, picchi innevati tutto l’anno e spiagge meravigliose (con l’acqua gelida tutto l’anno…). Storia arte e cultura: praticamente assenti.

Le scolaresche vengono portate in gita al parco marino con i kayak e le vacanze possono solo essere nella natura. Natura che non è certo facile; qui non puoi legare le tue uscite al bel tempo, esci e basta! Se aspetti la bella giornata non esci proprio. Diciamo che ti abitui ad essere bastonato dal vento e dalla pioggia o cucinato dal sole che, senza strato protettivo dato dall’ozono, è parecchio cattivo.

L’Isola è circondata dall’oceano e in balia di grosse perturbazioni che scaricano quì frequentemente e velocemente. Molti turisti sono morti di ipotermia su “montagnette” locali di meno di 1000 metri di altezza perché totalmente all’oscuro delle condizioni meteo locali.

Essendo la Nuova Zelanda un paese così a bassa densità di popolazione, le strade e la logistica per spostarsi sono decisamente una sfida: spesso per arrivare alla base del sentiero devi guidare per ore su strade sterrate e per giorni non incontri esseri umani: affascinante certo, ma anche complicato e potenzialmente pericoloso.

La vita di tutti i giorni in questo remoto angolo del pianeta è difficile, sicuramente più ardua di dove vive il tipico europeo.

La mentalità dei Neozelandesi

Gli avversari più forti che ho trovato quì sono i farmers, che tradurre con la parola “contadini” non rende l’idea. È il mestiere più comune fra la popolazione e comporta 12 ore di lavoro giornaliere, 365 giorni l’anno, di vita all’aperto, su e giù per le colline ad inseguire pecore o mucche, riparare recinzioni ed estirpare alberi. Tutto sulle gambe o sulla mountain bike. Gente decisamente forte!

Chiaramente l’idea di passare una settimana al freddo, bagnati fino alle ossa, senza dormire e faticando come bestie non li preoccupa più di tanto. Anzi, è sempre meglio che lavorare!

Per spiegare quanto l’attitudine kiwi faccia la differenza in quanto ad eccellenza nelle AR devo purtroppo partire da un record kiwi del quale non c’è nulla di cui vantarsi, anzi…

La Nuova Zelanda è fra I primi paesi al mondo per quanto riguarda il numero di suicidi e sono soprattutto giovani maschi. Gli esperti ritengono che la tipica attitudine chiamata “harden up” sia una delle ragioni principali per cui molti ragazzi si tolgono la vita. Qui non ti lamenti, qui non piangi.

Il nostro “fai l’ometto” non rende pienamente l’idea di cosa voglia dire crescere in mezzo al nulla, da soli, a volte essere tristi senza poterlo mostrare, muso duro e avanti… Così si fa!

Ancora una volta, questo aspetto tipico della vita di tutti i giorni aiuta nelle AR. Avanti sempre, prima o poi finirà e ‘shell be right” (altro tipico detto Kiwi).

Gli eroi da prendere come esempio qui sono i giocatori di rugby ai quali vengono strappati i testicoli durante una mischia, vengono ricuciti alla meno peggio a bordo campo, rientrano in partita e giocano fino alla fine facendo anche la meta decisiva per la vittoria.

Fallire non è perdere una gara. Fallire è non rialzarsi per riprovare oppure non cercare un altro metodo per vincere. Questo ti viene ripetuto fin da piccolo, quando stai imparando ad andare in bici o sullo skate. E’ questo che fa la differenza…

La storia delle Adventure Race in Nuova Zelanda

Se cerchiamo nel dizionario una definizione di multisport probabilmente troveremo che si tratta di una combinazione di due o più sport nella stessa gara. Io di solito dico che è una specie di triathlon fuori strada, nel quale invece di nuotare si va in kayak, la bici da corsa è spesso una mountain bike e la corsa è su sentieri.

Negli anni 80 il triathlon era molto in voga e il multisport era considerato il cugino sfigato, probabilmente anche  perché il triathlon era nato negli USA con tutto il marketing che ne consegue. Il multisport è stato all’inizio uno sport soprattutto Neozelandese.

Nel 1980 viene disputato l’Alpine Ironman in Nuova Zelanda.

Singoli atleti dovevano correre, pagaiare e sciare verso il traguardo. Più Avanti nel corso dello stesso anno, l`ideatore di questa gara, Robin Judkins, ha ideato un’altra gara, la Coast to Coast nella quale ci sono parecchi elementi in comune con le adventure race: comincia sulla costa Ovest della NZ, sul mare di Tasman, e attraversa l’Isola del Sud per finire a Sumner sull’oceano Pacifico.

Sono 243 chilometri di fatica in bici, corsa in montagna e kayak. Robin Judkins ha sognato e realizzato con grande perseveranza una gara epica: gara sia contro altri atleti che contro l’orologio e, soprattutto, una gara che è un’avventura nella natura selvaggia della quale racconterai storie ai nipoti per il resto della tua vita. La prima edizione fu nel 1983: 80 iscritti, soprattutto escursionisti e alpinisti. Alcuni con il seggiolino di plastica dei figli ancora attaccato alla bici… sino ad arrivare all’edizione dello scorso anno nella quale 920 atleti si sono dati battaglia con kayak ultimo modello e bici aerodinamiche.

La nascita del Raid Gauloises

Arriviamo al 1989 quando il francese Gerard Fusil Lancia il Raid Gauloises in NZ. Ispirato dalla Parigi Dakar, Fusil crea una sorta di gara/spedizione nella quale i partecipanti dovevano fare affidamento solo sulle loro forze per attraversare enormi distanze su terreni impervi.

E proprio in questa gara troviamo tutti gli elementi tipici delle AR odierne: team misti in una gara di più giorni su distanze superiori ai 600 km.

28 teams si iscrivono, fra cui tre dalla Nuova Zelanda: Meteo avverso e fiumi in piena ritardarono l’inizio della gara e quando questa finalmente partì si rivelò dura, molto dura.

Il 70 % dei team europei non era mai salito su un raft prima di allora e fin da subito faticarono a tenere il passo dei tre teams neozelandesi. Dopo poco più di 5 giorni il primo team neozelandese taglia il traguardo, seguito dopo poche ore dagli altri due team kiwi.

Fatto questo che non piacque molto agli organizzatori francesi dato che come nazione si erano sempre sentiti esperti di avventure estreme.

Steve GurneyUna storia divertente che ci riporta alla famosa mentalità kiwi è quella della seconda edizione del Raid Gauloises, in Nuova Caledonia: il team NZ vincitore della prima edizione, capitanato dal mitico Steve Gurney, si presenta alla partenza autofinanziandosi dato che non erano riusciti a trovare alcuno sponsor.

Per risparmiare si erano comprati delle camicie in un negozio dell’usato e una volta alla registrazione, gli organizzatori francesi si rifiutano di farli partecipare dato che il loro team era l’unico che non aveva nazionalità, nomi e numero di pettorale stampato sulle “divise”.

Steve prese un pennarello indelebile da uno dei tavoli e scrisse numero, nome e un gigante NZ sul retro delle camicie. Racconta Steve che in quel momento sentì un’ondata di enorme patriottismo avvolgerlo e ancora oggi ricorda di essersi sentito patriottico come non mai, rappresentante di una nazione di innovatori e sognatori. Ancora più orgoglioso allora di quanto lo sarebbe stato sul podio perchè la vera vittoria, per loro, era stata riuscire ad arrivare alla partenza.

È una sfida enorme quella di riuscire a trovare i fondi e il tempo necessari a spostarsi dalla fine del mondo ai nastri di partenza di qualunque gara mondiale se parti da quaggiù. I kiwi devono investire così tante energie, soldi e organizzazione che hanno delle spinte molto forti per riuscire bene nelle gare.

Nelle prime AR i team neozelandesi si presentavano spesso alla partenza con zaini grandi la metà rispetto a quelli degli avversari, mantenendo i materiali al minimo, fermo restando il materiale obbligatorio. Tutto il non necessario veniva eliminato, ogni singola fibbia o zip tolta con divertenti storie riguardanti uno spazzolino da denti da condividere in quattro, poi sostituito da una gomma da masticare. Una in quattro!

I kiwi sono tra i più forti adventure racers nel mondo e sono tutt’ora considerati praticamente imbattibili. John Howard è stato uno dei primi, ma molti altri hanno seguito come Steve Gurney, Keith Murray, Kathy Lynch, Sandy Sandblom, Jeff Mitchell, Geoff Hunt, Kristina Anglem, Penny Webster, Viv Prince, Neil Jones per finire con Nathan Fàavae. Star internazionali per gli addetti ai lavori ma praticamente sconosciute in patria.

I primi campionati del mondo di Adventure Race

Nel 2001 ci sono i primi campionati del mondo, in Svizzera. Da allora la Nuova Zelanda ne ha vinte 8 di edizioni con in più un paio di altre vittorie da parte di kiwi” prestati” ad altri team.

Seagate Nuova Zelanda campione del mondo di Adventure Race

La gara principale qui è Godzone, della quale tratterremo in un articolo a parte, ma ci sono svariate altre gare, spesso organizzate con i vicini australiani che vengono usate come allenamento e sono decisamente dure. Marokopa Munter o Ark tanto per nominarne due senza dimenticare Get2Go e Hillary Challenge che sono AR specifiche per i ragazzi delle scuole superiori che passano una settimana a gareggiare nel mezzo della selva o in montagna e che ha formato i migliori atleti odierni del paese.

Chiudo citando Steve Gurney, leggendario atleta che ha partecipato a 19 Coast to Coast di fila con 9 vittorie. “Ciò che serve è soltanto determinazione e coraggio, che tutti possono trovare. L’aspetto più importante per vincere è quello psicologico: quanto ci tieni a vincere? Quanto lo vuoi?”

E i Kiwi vogliono vincere! Tanto. Vogliono essere visti. E vogliono soffrire. Peggio è, meglio è.